E sono 6… e sono 35… Grazie Andrea…

Posted on: 22 maggio 2017, by :
Condividi il post su
Facebooktwittergoogle_plusmailFacebooktwittergoogle_plusmail

Tutto ha inizio in un lontano settembre 2006, sotto il sole della costa adriatica.

Rimini è invasa da bandiere bianconere. Gli stessi abitanti della ridente cittadina non credono ai loro occhi: arriva la Grande Signora del Calcio.

Non per un amichevole estiva, oppure per un torneo organizzato da qualche grande sponsor, ma per la prima di campionato, in serie B.

Fiumi di tifosi, forniti di accessori, di sciarpe e bandiere, per sostenere i nostri colori e i grandi calciatori, freschi campioni d’Italia, che hanno accettato di seguire Madama nella serie cadetta.

Io invidiai tutti quei tifosi, quel giorno. Invidiai la loro grande passione che li portò in riva al mare, a sostenere un club che era stato travolto dalla più grande ingiustizia sportiva di tutti i tempi, da un vero e proprio colpo di stato calcistico.

No, la mia fede gobba non stava traballando, ma non riuscivo a sopportare quella visione terribile ed ingiusta di una grande squadra polverizzata da eventi terribili, frutto del volere del popolo, il populismo.

Termine che stava per odio calcistico, rabbia, invidia, verso un club che aveva solo un difetto: quello di vincere troppo.

Ed ecco che a distanza di undici anni faccio una confessione: nell’anno del purgatorio della B non sostenni intensamente la mia squadra come da sempre avevo fatto, qualcosa mi frenava, arrivando ad odiare il mondo del calcio e forse anche il mio club, colpevole di non aver difeso quei due scudetti, e quel capitale di giocatori, regalato con tanta grazia ed eleganza alle concorrenti.

Rabbia che esternavo continuamente, insieme ad altri ‘rancorosi’,  sui social, sui blog, e persino durante le assemblee degli azionisti a quel gruppetto di nuovi dirigenti che stava guidando la Juve ‘più amata di sempre’, da tutto il mondo calcistico non bianconero: la squadra ‘smile’ della serie B, diventata innocua e quindi simpatica.

Ma quel giorno, sotto il sole di Rimini, un cimelio, un oggetto, stava ricordando a tutti chi erano i veri Campioni d’Italia: un polsino tricolore indossato con orgoglio dai nostri atleti, soprattutto da quei cinque grandi uomini che avevano scritto le pagine più belle della storia juventina. Mi riferisco a Buffon, Del Piero, Nedved, Trezeguet e Camoranesi.

“Noi le partite le vincevamo nel tunnel degli spogliatoi, guardando gli avversari negli occhi. Solo con Calciopoli ci potevano fermare”, affermò un giorno il mai dimenticato Mauro German, simbolo di quella Juve meravigliosa, tecnica ma operaia in egual misura, che non concedeva nemmeno un centimetro all’avversario, che non mollava niente, con la vittoria come fine e come religione.

Tutti i requisiti che fanno parte anche della Juve degli ultimi sei anni.

Sì, perché la Juve è tornata nell’olimpo del calcio italiano ed europeo, nel posto che le compete da sempre, lo dice la storia e lo riportano i libri, che trattano di un club nato su una panchina di Torino, e che la famiglia Agnelli ha coltivato, accudito, amato come i gerani di casa.

E ci voleva proprio un Agnelli, per cancellare (ma non per dimenticare) lo tsunami Farsopoli, per ristabilire i valori, grazie alla sua visione sentimentale, ma allo stesso tempo europea e votata al marketing, del giocattolo chiamato Juventus, che lo zio Gianni e il papà Umberto gli hanno insegnato ad amare più di se stesso.

Sono sicuro che Andrea ripenserà spesso a quella ‘giornata di mare’ trascorsa a Rimini, in quel settembre del 2006,  e sono convinto che la rabbia agonistica e lo spirito vincente che hanno contraddistinto la Juventus degli ultimi sei anni siano frutto di quell’afoso giorno in terra di Romagna.

Ci voleva lui, Andrea, per tornare ad essere grandi; ci voleva lui per far dimenticare la disgraziata gestione del dopo Triade, e ci voleva lui per scegliere i più bravi dirigenti per la rinascita della Signora del Calcio.

Ha creato una macchina perfetta, una vera e propria azienda, dai dirigenti alle segretarie, dove tutti giocano un ruolo importante, senza sovrapposizioni e conflitti, come accade in tutte le grandi aziende che funzionano.

Ha riportato a Torino, grazie a Marotta e Paratici, i più grandi campioni, ha dato fiducia ad Antonio Conte, in un momento abbastanza anonimo per il pugliese, facendolo diventare un grande allenatore, ed ha assunto Massimiliano Allegri, contro tutto e tutti.

“Voi Allegri, noi di più”, scrissero i tifosi Prescritti sulle magliette durante il ritiro estivo a Pinzolo, luogo in cui l’Inter è, per quindici giorni, sempre campione d’Italia.

Chissà che fine avranno fatto quelle magliette?

Ma soprattutto ha riportato quella mentalità vincente che ha contraddistinto la Juve nella sua storia, facendo capire ai nuovi giocatori arrivati l’importanza ed il peso della maglia da indossare. Ha fornito a tutti quanti, anche al magazziniere, ‘gli occhi della tigre’, quello sguardo furioso da sempre disegnato sul volto dei campioni bianconeri, lo stesso di Camoranesi e co. nel tunnel degli spogliatoi.

Andrea si ricordava di quello sguardo, che papà Umberto gli faceva notare sempre, e prontamente lo ha regalato alla sua squadra.

Ho la fortuna di seguire spesso le partite a poca distanza da lui in Tribuna, e di vederlo concentrato, teso, emozionato come un tifoso qualsiasi, ma con gli ‘occhi della tigre’, come quelli di Chiellini, Bonucci e di tutti gli altri sotto di lui.

Questa è la Juve, cari signori detrattori, e questo è il Presidente Agnelli, che sta combattendo anche contro la vostra disperazione di ‘media’, che cercano d’infangare le meritate e superbe vittorie con odio, maldicenze e fatti che stanno superando il limite di guardia.

Non sto a ricordare tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi, dove le stesse istituzioni calcistiche hanno cercato di rompere nuovamente un giocattolo perfetto, che sta mettendo a serio rischio l’audience e l’attenzione verso un campionato che ha da sei anni un unico padrone, e che si chiama, appunto, Juventus.

Giornalisti che entrano duro, sul personale, offese televisive da rabbrividire, azioni calcistiche commentate per settimane se riguardano la squadra bianconera e dimenticate in un paio d’ore se riguardano le altre.

Hanno inventato, falsificato intercettazioni con ‘addetti ai lavori’ della ndrangheta, salvo poi ritrattare tutto quando si sono visti sconfitti, e perdendo di vista i veri camorristi, seduti da sempre a bordo campo in altri stadi, molto meno moderni dello Stadium.

Hanno cercato di mettere in dubbio anche quello, con la storia dell’acciaio scadente. Trattasi in realtà del fiore all’occhiello della Società, un vero e proprio gioiello dell’architettura moderna, il dodicesimo giocatore in campo: quasi impossibile espugnare lo Stadium, quando si riempie dell’amore e della passione dei tifosi.

Ecco che allora i pianificatori dei palinsesti riempiono le trasmissioni di anti juventini per cercare di compensare l’attenzione, che inesorabilmente sta scemando, aumentando il livore verso la squadra più forte.

Si permettono tutti di parlare, di polemizzare contro la Juve, persino gli allenatori avversari, con sceneggiate da oscar sul campo di gioco, vedi Del Neri, Pioli, Mihajlovic, Sarri, con affermazioni che mettono in dubbio anche la loro credibilità e la loro conoscenza dei regolamenti calcistici.

Ma fa parte del loro gioco: parlare contro la Juve serve per nascondere le loro sconfitte continue sul campo e deviare l’attenzione.

Il caso di Pioli è il più eclatante: far passare una sconfitta meritata come un furto ai danni della sua ‘armata Brancaleone cinese’, che non entrerà per l’ennesima volta in Europa, e che continua a sognare il ritorno di Guido Rossi.

Nessuno, quando gioca contro la Juve, ammette la sconfitta, come invece accade in Europa al termine delle partite di CL, dove la Signora è tornata ad essere grande, con prestazioni che resteranno nella storia del calcio, e che lievitano a dismisura l’odio dei nemici calcistici, e la vendita delle sciarpe dei club europei che devono affrontare la Signora.

Intanto andiamo a Cardiff, verso un nuovo sogno, mentre il resto dell’Italia si sveglierà improvvisamente madrilista.

Obbligatorio per tutti allora tornare con la memoria ai ‘bei tempi del 2006’, quando si poteva sorridere sereni, perché finalmente la Juve era stata distrutta, dimenticando che esisteva a Torino qualcuno che non avrebbe abbandonato la zebra ferita, ma l’avrebbe curata e riportata a correre più forte di prima , per fuggire dai feroci leopardi assetati del suo sangue.

Quella zebra ha corso talmente veloce che ha conquistato sei titoli consecutivi, portando in Corso Galileo Ferraris lo scudetto numero 35, che tra pochi giorni verrà trasferito insieme agli altri 34 alla Continassa, il nuovo Villaggio Bianconero, atro esempio di mentalità strategica e all’avanguardia dei nostri dirigenti.

Ed allora: Grazie Andrea e grazie a tutti i nostri dirigenti, Marotta, Nedved e Paratici, per la realtà che ci state donando, per non dimenticare quel polsino di Rimini, simbolo della sofferenza e dell’ingiustizia.

Fino alla Fine.

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookie per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. MAGGIORI INFORMAZIONI

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi