Tutti gli articoli di Riccardo Gambelli

E sono 6… e sono 35… Grazie Andrea…

Tutto ha inizio in un lontano settembre 2006, sotto il sole della costa adriatica.

Rimini è invasa da bandiere bianconere. Gli stessi abitanti della ridente cittadina non credono ai loro occhi: arriva la Grande Signora del Calcio.

Non per un amichevole estiva, oppure per un torneo organizzato da qualche grande sponsor, ma per la prima di campionato, in serie B.

Fiumi di tifosi, forniti di accessori, di sciarpe e bandiere, per sostenere i nostri colori e i grandi calciatori, freschi campioni d’Italia, che hanno accettato di seguire Madama nella serie cadetta.

Io invidiai tutti quei tifosi, quel giorno. Invidiai la loro grande passione che li portò in riva al mare, a sostenere un club che era stato travolto dalla più grande ingiustizia sportiva di tutti i tempi, da un vero e proprio colpo di stato calcistico.

No, la mia fede gobba non stava traballando, ma non riuscivo a sopportare quella visione terribile ed ingiusta di una grande squadra polverizzata da eventi terribili, frutto del volere del popolo, il populismo.

Termine che stava per odio calcistico, rabbia, invidia, verso un club che aveva solo un difetto: quello di vincere troppo.

Ed ecco che a distanza di undici anni faccio una confessione: nell’anno del purgatorio della B non sostenni intensamente la mia squadra come da sempre avevo fatto, qualcosa mi frenava, arrivando ad odiare il mondo del calcio e forse anche il mio club, colpevole di non aver difeso quei due scudetti, e quel capitale di giocatori, regalato con tanta grazia ed eleganza alle concorrenti.

Rabbia che esternavo continuamente, insieme ad altri ‘rancorosi’,  sui social, sui blog, e persino durante le assemblee degli azionisti a quel gruppetto di nuovi dirigenti che stava guidando la Juve ‘più amata di sempre’, da tutto il mondo calcistico non bianconero: la squadra ‘smile’ della serie B, diventata innocua e quindi simpatica.

Ma quel giorno, sotto il sole di Rimini, un cimelio, un oggetto, stava ricordando a tutti chi erano i veri Campioni d’Italia: un polsino tricolore indossato con orgoglio dai nostri atleti, soprattutto da quei cinque grandi uomini che avevano scritto le pagine più belle della storia juventina. Mi riferisco a Buffon, Del Piero, Nedved, Trezeguet e Camoranesi.

“Noi le partite le vincevamo nel tunnel degli spogliatoi, guardando gli avversari negli occhi. Solo con Calciopoli ci potevano fermare”, affermò un giorno il mai dimenticato Mauro German, simbolo di quella Juve meravigliosa, tecnica ma operaia in egual misura, che non concedeva nemmeno un centimetro all’avversario, che non mollava niente, con la vittoria come fine e come religione.

Tutti i requisiti che fanno parte anche della Juve degli ultimi sei anni.

Sì, perché la Juve è tornata nell’olimpo del calcio italiano ed europeo, nel posto che le compete da sempre, lo dice la storia e lo riportano i libri, che trattano di un club nato su una panchina di Torino, e che la famiglia Agnelli ha coltivato, accudito, amato come i gerani di casa.

E ci voleva proprio un Agnelli, per cancellare (ma non per dimenticare) lo tsunami Farsopoli, per ristabilire i valori, grazie alla sua visione sentimentale, ma allo stesso tempo europea e votata al marketing, del giocattolo chiamato Juventus, che lo zio Gianni e il papà Umberto gli hanno insegnato ad amare più di se stesso.

Sono sicuro che Andrea ripenserà spesso a quella ‘giornata di mare’ trascorsa a Rimini, in quel settembre del 2006,  e sono convinto che la rabbia agonistica e lo spirito vincente che hanno contraddistinto la Juventus degli ultimi sei anni siano frutto di quell’afoso giorno in terra di Romagna.

Ci voleva lui, Andrea, per tornare ad essere grandi; ci voleva lui per far dimenticare la disgraziata gestione del dopo Triade, e ci voleva lui per scegliere i più bravi dirigenti per la rinascita della Signora del Calcio.

Ha creato una macchina perfetta, una vera e propria azienda, dai dirigenti alle segretarie, dove tutti giocano un ruolo importante, senza sovrapposizioni e conflitti, come accade in tutte le grandi aziende che funzionano.

Ha riportato a Torino, grazie a Marotta e Paratici, i più grandi campioni, ha dato fiducia ad Antonio Conte, in un momento abbastanza anonimo per il pugliese, facendolo diventare un grande allenatore, ed ha assunto Massimiliano Allegri, contro tutto e tutti.

“Voi Allegri, noi di più”, scrissero i tifosi Prescritti sulle magliette durante il ritiro estivo a Pinzolo, luogo in cui l’Inter è, per quindici giorni, sempre campione d’Italia.

Chissà che fine avranno fatto quelle magliette?

Ma soprattutto ha riportato quella mentalità vincente che ha contraddistinto la Juve nella sua storia, facendo capire ai nuovi giocatori arrivati l’importanza ed il peso della maglia da indossare. Ha fornito a tutti quanti, anche al magazziniere, ‘gli occhi della tigre’, quello sguardo furioso da sempre disegnato sul volto dei campioni bianconeri, lo stesso di Camoranesi e co. nel tunnel degli spogliatoi.

Andrea si ricordava di quello sguardo, che papà Umberto gli faceva notare sempre, e prontamente lo ha regalato alla sua squadra.

Ho la fortuna di seguire spesso le partite a poca distanza da lui in Tribuna, e di vederlo concentrato, teso, emozionato come un tifoso qualsiasi, ma con gli ‘occhi della tigre’, come quelli di Chiellini, Bonucci e di tutti gli altri sotto di lui.

Questa è la Juve, cari signori detrattori, e questo è il Presidente Agnelli, che sta combattendo anche contro la vostra disperazione di ‘media’, che cercano d’infangare le meritate e superbe vittorie con odio, maldicenze e fatti che stanno superando il limite di guardia.

Non sto a ricordare tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi, dove le stesse istituzioni calcistiche hanno cercato di rompere nuovamente un giocattolo perfetto, che sta mettendo a serio rischio l’audience e l’attenzione verso un campionato che ha da sei anni un unico padrone, e che si chiama, appunto, Juventus.

Giornalisti che entrano duro, sul personale, offese televisive da rabbrividire, azioni calcistiche commentate per settimane se riguardano la squadra bianconera e dimenticate in un paio d’ore se riguardano le altre.

Hanno inventato, falsificato intercettazioni con ‘addetti ai lavori’ della ndrangheta, salvo poi ritrattare tutto quando si sono visti sconfitti, e perdendo di vista i veri camorristi, seduti da sempre a bordo campo in altri stadi, molto meno moderni dello Stadium.

Hanno cercato di mettere in dubbio anche quello, con la storia dell’acciaio scadente. Trattasi in realtà del fiore all’occhiello della Società, un vero e proprio gioiello dell’architettura moderna, il dodicesimo giocatore in campo: quasi impossibile espugnare lo Stadium, quando si riempie dell’amore e della passione dei tifosi.

Ecco che allora i pianificatori dei palinsesti riempiono le trasmissioni di anti juventini per cercare di compensare l’attenzione, che inesorabilmente sta scemando, aumentando il livore verso la squadra più forte.

Si permettono tutti di parlare, di polemizzare contro la Juve, persino gli allenatori avversari, con sceneggiate da oscar sul campo di gioco, vedi Del Neri, Pioli, Mihajlovic, Sarri, con affermazioni che mettono in dubbio anche la loro credibilità e la loro conoscenza dei regolamenti calcistici.

Ma fa parte del loro gioco: parlare contro la Juve serve per nascondere le loro sconfitte continue sul campo e deviare l’attenzione.

Il caso di Pioli è il più eclatante: far passare una sconfitta meritata come un furto ai danni della sua ‘armata Brancaleone cinese’, che non entrerà per l’ennesima volta in Europa, e che continua a sognare il ritorno di Guido Rossi.

Nessuno, quando gioca contro la Juve, ammette la sconfitta, come invece accade in Europa al termine delle partite di CL, dove la Signora è tornata ad essere grande, con prestazioni che resteranno nella storia del calcio, e che lievitano a dismisura l’odio dei nemici calcistici, e la vendita delle sciarpe dei club europei che devono affrontare la Signora.

Intanto andiamo a Cardiff, verso un nuovo sogno, mentre il resto dell’Italia si sveglierà improvvisamente madrilista.

Obbligatorio per tutti allora tornare con la memoria ai ‘bei tempi del 2006’, quando si poteva sorridere sereni, perché finalmente la Juve era stata distrutta, dimenticando che esisteva a Torino qualcuno che non avrebbe abbandonato la zebra ferita, ma l’avrebbe curata e riportata a correre più forte di prima , per fuggire dai feroci leopardi assetati del suo sangue.

Quella zebra ha corso talmente veloce che ha conquistato sei titoli consecutivi, portando in Corso Galileo Ferraris lo scudetto numero 35, che tra pochi giorni verrà trasferito insieme agli altri 34 alla Continassa, il nuovo Villaggio Bianconero, atro esempio di mentalità strategica e all’avanguardia dei nostri dirigenti.

Ed allora: Grazie Andrea e grazie a tutti i nostri dirigenti, Marotta, Nedved e Paratici, per la realtà che ci state donando, per non dimenticare quel polsino di Rimini, simbolo della sofferenza e dell’ingiustizia.

Fino alla Fine.

MORENO TORRICELLI: C’era una volta…

“Un re!”, direte voi.

No, avete sbagliato. C’era una volta…

“ Un pezzo di legno!”, direte ancora voi.

No, avete sbagliato di nuovo. C’era una volta un magazziniere di Carate, che sognava di giocare nella Juve e diventare un campionissimo vincente della storia bianconera.

Ecco la favola di Moreno Torricelli, magazziniere di un mobilificio e giocatore di categoria Interregionale, che un bel giorno, durante un amichevole tra la sua Caratese e la Juventus, fu adocchiato da Trapattoni, che decise di portarlo alla sua corte, in quel di Torino.

Moreno fu pagato, nell’estate del 92, la bellezza di “60 milioni di lire”. L’automobile di Baggio costava, all’epoca, quasi il doppio.

Fu così che il potente terzino si tolse il camice da magazziniere ed andò ad indossare la prestigiosa casacca juventina.

Vorrei ricordare la prima intervista di Moreno zebrato, tratta da un quotidiano dell’epoca, che riassume la sua storia, quella che ogni giovane calciatore vorrebbe vivere.

moreno_torricelli_juventus_1993-94“ Sono un ragazzo normale, che faceva il magazziniere e che ha avuto tanta fortuna. Ho cominciato a giocare a calcio giovanissimo, una passione naturale. Sono cresciuto nelle giovanili del Como, poi ho girato diverse società della zona: Cantù, Folgore, Verano, Oggiano. Quindi sono arrivato alla Caratese, campionato interregionale. Mio papà fa l’autotrasportatore; mia mamma Teresa ha accettato la professione di calciatore quando ha capito che la Juve mi voleva realmente: prima, infatti, era un hobby per tutti, vivevo con i soldi del mio lavoro di magazziniere.

Poi, all’improvviso è spuntata la Juve e fino all’ultimo non ci ho creduto. Avevo appena fatto due provini, uno con la Pro Vercelli ed uno con il Lecce, quando giocammo due amichevoli con la Juve che aveva bisogno di prestiti per le gare di Vicenza ed Ancona.

La mia favola è iniziata da lì..”

Faceva un certo effetto, durante il primo periodo, leggere la formazione della Juve: Peruzzi, Torricelli, Dino Baggio, Conte, Kohler, Carrera, Platt, Vialli, Roberto Baggio, Moeller, Casiraghi.

Leggere il cognome di Moreno, affiancato a quello di così importanti campioni, era quantomeno strano.

Invece, gara dopo gara, il giovane s’impose all’attenzione di tutti i tecnici del calcio, dimostrando una potenza ed una facilità di corsa incredibile. Difettava, è vero, di grazia e tecnica, alle quali sopperiva con una grinta ed una determinazione difficilmente riscontrabili in altri atleti.

Viveva il suo sogno così, con rabbia ed impeto, impedendo a se stesso di svegliarsi.

La sua sfida al mondo pallonaro era stata lanciata il 13 settembre 1992, giorno del suo debutto in Seria A: Juve-Atalanta 4-1.

Il Trap lo promuove titolare fisso, vincendo il suo primo trofeo, la Coppa Uefa in finale con il Borussia Dortmund.

Da quel momento tutti riconosceranno Moreno come campione juventino che conquisterà 3 Scudetti, Coppa Italia, Champions League,  Coppa Intercontinentale, Supercoppa Italiana, Supercoppa Europea, con un totale di 230 presenze in bianconero e tre reti all’attivo.

Arriva, non tanto improvvisa, anche la Nazionale.

La maglia azzurra va a sostituire quella bianconera durante i mondiali di Francia del 1998, grazie alla chiamata di Cesare Maldini.

Con molta probabilità Moreno avrà ripensato al suo camice da magazziniere mentre indossava quella maglia “color del cielo”, rifiutando ancora una volta di svegliarsi: il suo sogno doveva continuare all’infinito, azzurro come la sua nuova maglia.

Nell’estate del 98 chiede alla Juve di essere ceduto alla Fiorentina del Trap, il suo padre e maestro, ma questa è un’altra storia, di colore viola, che andrà a sostituire quella bianconera, che lo ha incoronato campione ed idolo di tutti i bambini, che sognano di togliersi il grembiule scolastico per indossare la casacca della squadra dei loro sogni e di tanti giocatori che militano nei campionati dilettanti, rischiando le caviglie nel fango dei campi di provincia.

Adesso Moreno fa l’allenatore, con la Juve nel cuore, come più volte ha ricordato nelle interviste.

E’ purtroppo notizia dello scorso anno la terribile disgrazia che lo ha colpito: la morte della moglie Barbara a soli 40 anni, in seguito a terribile malattia.

E’ proprio vero che il destino rivuole tutto indietro.

Ma Moreno combatterà, come faceva in campo, sulla corsia di destra, con la grinta da guerriero che è in lui, perché il suo sogno continuerà per sempre.

C’era una volta…

“ Un re!”, direte voi.

No, vi sbagliate. C’era una volta un grande campione juventino…

(foto in copertina di  Bob Thomas tratta da Wikipedia)

Paolo Rossi, in arte Pablito

Tratto da “I nostri Campioni”  – Riccardo Gambelli

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Il momento più importante nella storia della carriera di Paolo Rossi, avvenne un giorno di maggio, durante il campionato 1981-82. Si stava giocando Udinese Juventus, quando, al minuto 48, Rossi andava ad incornare il pallone che s’infilò nella porta alle spalle del portiere friulano Borin. Era il ritorno alla vita per questo velocissimo ed agile centravanti, dopo la squalifica per l’incredibile vicenda del calcio scommesse, alla fine del campionato 1980. Il ragazzo, amato da tutta l’Italia calcistica, rientrò nel suo mondo, quello del pallone, nel modo che conosceva meglio: realizzando un goal.

Quel mondo che riscopriva un campione e soprattutto un uomo, che, durante quei due anni di castigo, dovette costruirsi una realtà nuova, fatta di rinunce e sacrifici, attendendo con ansia il ritorno in campo, con la maglia che lo aveva visto crescere: quella bianconera. La storia di questo giocatore è straordinaria, come il suo intuito e la sua genialità calcistica, solcata, appunto, da amarezze e immensa gloria.

Esploderà nel Vicenza, mentre era in comproprietà con la Juve, che lo perse definitivamente grazie ad una busta dove Farina, presidente vicentino, aveva infilato tanti e tanti soldi. Quella busta, purtroppo, causò per Rossi gl’immensi problemi che lo avrebbero condotto alla squalifica. Molto probabilmente se fosse ritornato alla corte di Madama non sarebbe diventato l’attore negativo del calcio scommesse, che lo vide protagonista, addirittura, con la maglia del Perugia.

Ecco che Rossi approderà di nuovo alla Juve nel 1981, da squalificato, e il suo ritorno sarà talmente clamoroso da cancellare in un sol colpo i dubbi, le incertezze e le perplessità di tecnici e tifosi. La vera esplosione di Rossi avvenne nei giorni del Mondiale d’Argentina 1978, dove, grazie alle sue prestazioni e alle sue reti fulminee, si meritò il soprannome di “Pablito”. Fu merito anche suo se per quella nazionale si aprirono spiragli di grandezza, che andarono a cancellare le molte preoccupazioni, prima della partenza per il ritiro di Vigo.  Bearzot, aveva grande memoria e non poteva lasciarlo a casa nel 1982, in vista del Mondiale in Spagna: sapeva bene quanto sarebbe stato importante averlo in squadra.

C’era una sola possibilità per collaudarlo, durante un’amichevole premondiale con la Svizzera. La figura fu modesta come la sua forma ed il suo tono muscolare, arrugginiti dal lungo stop. Poi ebbero inizio le vere partite, e la storia di quel Mondiale la conosciamo tutti, e resterà indelebile nelle nostri menti. Pablito realizzerà tre reti al Brasile, due alla Polonia e quella apripista nella finale contro i bianchi di Germania.

Alla fine di quel campionato mondiale sarà considerato il miglior giocatore del torneo e alla fine del 1982 riceverà il Pallone d’Oro, registrando il suo nome tra i grandi di tutti i tempi. Intanto avrà tempo, con la sua amata maglia della Juve, di vincere uno Scudetto, una Coppe delle Coppe, una Coppa Campioni ed una Coppa Italia durante le tre stagioni da bianconero, segnando reti a grappoli, che accesero la fantasia dei tifosi.

800px-paolo_rossi_pallone_doroCaro Pablito, ho avuto la fortuna d’incontrarti alcuni giorni fa, durante una cena di beneficenza e ti confermai che il goal più bello che segnasti nella Juve, per me, fu quello allo Standard Liegi in Coppa Campioni. Quella sera, con una finta mandasti il tuo avversario a cozzare nei cartelloni pubblicitari, prima d’insaccare tra palo e portiere, mentre sembrava venisse giù il Comunale per il gran boato che seguì al tuo incredibile gesto tecnico.

“ E’ vero, come fai a ricordare?”, mi chiedesti.

“Caro Paolo, facevo la bellezza di novecento chilometri per vederti giocare. Come potrei dimenticare?”, ti risposi.

Facesti una gran risata, con i tuoi occhi ancora giovani e brillanti, che mi ricordò quella identica che accompagnò il tuo sguardo verso il cartellone luminoso del Bernabeu, durante la magica serata di Madrid, che ti eleggeva “Miglior giocatore del Mundial 1982”.

Immagini tratte da Wikipedia