Archivi categoria: BloGambelli

Riccardo Gambelli cura i suoi ritratti ed editoriali anche sulle Stelle!!

Paolo Rossi, in arte Pablito

Tratto da “I nostri Campioni”  – Riccardo Gambelli

paolo_rossi_juventus

Il momento più importante nella storia della carriera di Paolo Rossi, avvenne un giorno di maggio, durante il campionato 1981-82. Si stava giocando Udinese Juventus, quando, al minuto 48, Rossi andava ad incornare il pallone che s’infilò nella porta alle spalle del portiere friulano Borin. Era il ritorno alla vita per questo velocissimo ed agile centravanti, dopo la squalifica per l’incredibile vicenda del calcio scommesse, alla fine del campionato 1980. Il ragazzo, amato da tutta l’Italia calcistica, rientrò nel suo mondo, quello del pallone, nel modo che conosceva meglio: realizzando un goal.

Quel mondo che riscopriva un campione e soprattutto un uomo, che, durante quei due anni di castigo, dovette costruirsi una realtà nuova, fatta di rinunce e sacrifici, attendendo con ansia il ritorno in campo, con la maglia che lo aveva visto crescere: quella bianconera. La storia di questo giocatore è straordinaria, come il suo intuito e la sua genialità calcistica, solcata, appunto, da amarezze e immensa gloria.

Esploderà nel Vicenza, mentre era in comproprietà con la Juve, che lo perse definitivamente grazie ad una busta dove Farina, presidente vicentino, aveva infilato tanti e tanti soldi. Quella busta, purtroppo, causò per Rossi gl’immensi problemi che lo avrebbero condotto alla squalifica. Molto probabilmente se fosse ritornato alla corte di Madama non sarebbe diventato l’attore negativo del calcio scommesse, che lo vide protagonista, addirittura, con la maglia del Perugia.

Ecco che Rossi approderà di nuovo alla Juve nel 1981, da squalificato, e il suo ritorno sarà talmente clamoroso da cancellare in un sol colpo i dubbi, le incertezze e le perplessità di tecnici e tifosi. La vera esplosione di Rossi avvenne nei giorni del Mondiale d’Argentina 1978, dove, grazie alle sue prestazioni e alle sue reti fulminee, si meritò il soprannome di “Pablito”. Fu merito anche suo se per quella nazionale si aprirono spiragli di grandezza, che andarono a cancellare le molte preoccupazioni, prima della partenza per il ritiro di Vigo.  Bearzot, aveva grande memoria e non poteva lasciarlo a casa nel 1982, in vista del Mondiale in Spagna: sapeva bene quanto sarebbe stato importante averlo in squadra.

C’era una sola possibilità per collaudarlo, durante un’amichevole premondiale con la Svizzera. La figura fu modesta come la sua forma ed il suo tono muscolare, arrugginiti dal lungo stop. Poi ebbero inizio le vere partite, e la storia di quel Mondiale la conosciamo tutti, e resterà indelebile nelle nostri menti. Pablito realizzerà tre reti al Brasile, due alla Polonia e quella apripista nella finale contro i bianchi di Germania.

Alla fine di quel campionato mondiale sarà considerato il miglior giocatore del torneo e alla fine del 1982 riceverà il Pallone d’Oro, registrando il suo nome tra i grandi di tutti i tempi. Intanto avrà tempo, con la sua amata maglia della Juve, di vincere uno Scudetto, una Coppe delle Coppe, una Coppa Campioni ed una Coppa Italia durante le tre stagioni da bianconero, segnando reti a grappoli, che accesero la fantasia dei tifosi.

800px-paolo_rossi_pallone_doroCaro Pablito, ho avuto la fortuna d’incontrarti alcuni giorni fa, durante una cena di beneficenza e ti confermai che il goal più bello che segnasti nella Juve, per me, fu quello allo Standard Liegi in Coppa Campioni. Quella sera, con una finta mandasti il tuo avversario a cozzare nei cartelloni pubblicitari, prima d’insaccare tra palo e portiere, mentre sembrava venisse giù il Comunale per il gran boato che seguì al tuo incredibile gesto tecnico.

“ E’ vero, come fai a ricordare?”, mi chiedesti.

“Caro Paolo, facevo la bellezza di novecento chilometri per vederti giocare. Come potrei dimenticare?”, ti risposi.

Facesti una gran risata, con i tuoi occhi ancora giovani e brillanti, che mi ricordò quella identica che accompagnò il tuo sguardo verso il cartellone luminoso del Bernabeu, durante la magica serata di Madrid, che ti eleggeva “Miglior giocatore del Mundial 1982”.

Immagini tratte da Wikipedia

Magico, tragico Heysel

Tratto da Coriandoli Bianconeri

“Andiamo a Bruxelles?”.

Eravamo sdraiati sul tappeto della cameretta di Antonello Perrella, detto Lello; sfogliavamo la sua fornita collezione di giornalini “al peperoncino”. Con noi c’era Andrea. Così, un po’ per caso, un po’ per scommessa, decidemmo di andare incontro all’avventura più rischiosa e dolorosa della nostra vita. Il 28 maggio 1985, partimmo proprio da Uopini verso la trasferta più triste della storia.

“Stai attento, non mi piacciono gli inglesi”. Fu la raccomandazione di babbo Enea.

“Tranquillo, ci sarà il gemellaggio tra tifoserie nella Gran Place”, risposi.

Erano le 19 di pomeriggio quando la Golf di Andrea ci avrebbe spalancato le portiere, prima di prendere la direzione verso Bruxelles. Eravamo felici, tanto da mettere esposto al finestrino posteriore un fazzoletto bianconero. Gli autisti d’altre vetture, notandolo, ci salutavano suonando il clacson. Per i miei due compagni si trattava della loro prima finale da spettatori, per me la seconda. L’anno precedente mi ero recato con Fede Roscia e Pasierino a Basilea, dove la Juve avrebbe riposto nella sua sterile bacheca la prima Coppa delle Coppe. Eravamo partiti il giorno stesso con l’Austin Metro appena uscita dalla concessionaria di Fede, diretti in uno stadio che a fatica riusciva a contenerci tutti quanti. Uno stadio adatto per la serie C italiana. A ogni modo, a noi interessava la vittoria, che arrivò puntuale e sofferta grazie alle reti di Vignola e di Boniek, ancora una volta “bello di notte”.

Viaggiammo tutta la notte attraversando Svizzera, Germania e Lussemburgo, alternandoci alla guida. Facemmo ingresso a Bruxelles alle prime luci del mattino. Dopo aver prenotato una camera d’albergo, ci recammo immediatamente verso l’agenzia di viaggi che teneva in consegna i nostri biglietti. Era la stessa agenzia che aveva rifornito lo “Juventus Club Siena Ghibellina” dei tagliandi d’ingresso. La mattina stessa della nostra partenza un autobus, colmo di tifosi senesi, ci aveva anticipato, percorrendo la strada che conduceva verso “la partita della morte”. C’eravamo dati appuntamento nella Grand Place per l’ora di pranzo del giorno 29.

Entrammo nell’agenzia del centro di Bruxelles e un signore ci consegnò le tre curve che avremmo pagato come una tribuna centrale. “Curva zeta”, riportava quel sinistro biglietto. Il nome di quella curva sarebbe entrato, quella notte, nei libri di storia contemporanea.

Tornammo in albergo, cercando di riposare inutilmente. Uscimmo di nuovo per visitare la città e incontrare i senesi. Dall’albergo ci saremmo ripassati solo in piena notte, per recuperare gli oggetti personali e fuggire velocemente. Nella Grand Place era presente il mondo intero: italiani e inglesi che si facevano fotografare insieme mentre scolavano birre, famiglie con bambini, turisti occasionali, cittadini di Bruxelles che uscivano dal proprio lavoro e anche i nostri cari amici senesi. Riprovai la stessa sensazione di sempre. Incontrare un tuo concittadino all’estero è sempre una grande emozione. Mi è capitato in quasi tutti i miei viaggi, anche quella volta a San Francisco, quando, girando  l’angolo di una strada centrale della città dei trichechi, andai a urtare Massimo Bianchini, noto professionista senese. Non era finita. La sera stessa, in un ristorante (a San Francisco saranno presenti diecimila locali), il mio amico Nando fu il primo ad accorgersi della presenza di Massimo. Credo si tratti di un record: incontrare la stessa persona due volte in un giorno dalla parte opposta del globo.

Aldone Brocchi era il capogruppo di una gita composta anche da famiglie che avevano deciso di trascorrere tre giorni di svago con la loro squadra del cuore. Lo scorsi io stesso, chiamandolo a gran voce. Ci abbracciammo come se non ci vedessimo da tempo infinito. Telefonai a casa, rassicurando i miei che inglesi e italiani stavano fraternizzando e che non correvamo alcun pericolo. Ci aggregammo al Club attendendo con ansia l’ora della verità. La Coppa dei Campioni mancava nella bacheca della nostra società che in Italia stava spopolando.

Dovevamo sopportare, da anni, le conseguenti allusioni di tutti gli antijuventini, sostenenti che le continue vittorie italiane erano frutto di nuovissime Fiat donate alla classe arbitrale. “Si tratta di sudditanza psicologica”, affermò un giorno l’Avvocato. Una frase ricorrente sino ai nostri giorni. Le sue frasi erano sempre sentenze definitive.

Seguimmo l’autobus sino allo stadio. Ancora tre ore e la partita avrebbe avuto inizio. Dopo aver posteggiato, ci avviammo verso lo stadio Heysel tutti insieme, socializzando, addirittura, con i tifosi d’oltremanica. Non potemmo fare a meno di ammirare il gigantesco modello molecolare dal nome “Atomium”, simbolo di Bruxelles, situato in prossimità dello stadio. Nel piazzale adiacente notammo gli holigans che stavano arrivando con numerose casse di birra, entrando addirittura sugli spalti senza che le forze dell’ordine si assumessero l’iniziativa di sequestrarle. Quelle bottiglie si sarebbero rivelate pericolose armi da guerriglia. Finalmente facemmo il nostro ingresso nella “curva zeta” da un piccolo cancello che sarebbe stato poche ore dopo l’unica e improbabile via di salvezza per i tifosi bianconeri. La curva era gremita e ci accomodammo vicinissimi agli holigans. Solo una piccola rete “da pollaio”, costruita nei giorni precedenti, ci divideva da un oceano di cappellini rossi. Eravamo veramente quelli seduti più vicino alle “belve”. Ammiravamo il verdissimo manto erboso che, poche ore dopo, sarebbe stato calpestato da Scirea e compagni.

Ho potuto ascoltare tante interviste di uomini di calcio e leggere su centinaia di pagine di giornali e riviste quello che accadde in quelle maledette ore: posso assicurare che la vera realtà dei fatti è sempre stata travisata!

La Rai, addirittura, lo scorso inverno ha ripercorso con uno “speciale” quella tragica notte: due superstiti come noi della “curva zeta” hanno raccontato di un agguato improvviso e senza motivo degli holigans contro gli juventini. Falso. La verità assoluta è quella che qui vi narrerò, conosciuta solo da chi poteva trovarsi a contatto di gomito con i tifosi del Liverpool.

Tutto andò tranquillamente fino a quando, proprio sotto di noi, un gruppetto di juventini e di inglesi, complessivamente una decina di persone, non iniziarono a scambiarsi insulti e minacce. A un tratto vedemmo tre “geniali” bianconeri scavalcare la rete di recinzione e portar via agli inglesi un loro striscione.

Il cimelio fu trasportato nella parte spettante a noi italiani dove fu bruciato in modo molto vile. Quello fu il primo atto della tragedia che si sarebbe presentata agli occhi sbigottiti del mondo intero. Alcuni inglesi saltarono la rete dando inizio a un tafferuglio. Speravamo che tutto si risolvesse con qualche “scapaccione” ai tre italiani che avevano sottratto lo striscione, invece furono sparati i primi razzi in cielo e purtroppo anche verso di noi ad alzo zero. Molti holigans presero di mira la rete in miniatura, che ci avrebbe dovuto dividere, scuotendola per cercare di abbatterla.

Mi rivolsi a Lello e Andrea: “Ragazzi, qui finisce male, filiamo”. Lello, in un primo momento, non era favorevole a una fuga, ma, quando fu cosciente che la situazione sarebbe degenerata, decise di seguirmi verso il cancello dal quale eravamo entrati, l’unico a nostra disposizione per uscire dallo stadio.

Ma lo trovammo intasato da persone che cercavano di entrarem e uscire contemporaneamente. Niente da fare: impossibile poter andare avanti. Vidi il muro. Quel muro sarebbe stato il protagonista di tutti i telegiornali delle reti televisive del pianeta.

Ci facemmo largo, con molta fatica, tra gli spettatori non ancora consapevoli di quello che sarebbe potuto accadere. Per quanto mi riguardava, mi era stato di grande aiuto il mio istinto, che mi ha sempre messo in guardia durante tutta la mia vita. Finalmente potei toccare il muro, mi voltai e vidi i miei due amici dietro di me. Prima di salire su quel fatiscente agglomerato di cemento sono sicuro che gridai: “Saliamo, ragazzi”.

Non era ancora iniziato il caos di morte e potei arrampicarmi con tutta calma nel punto più basso del muro. Quando fui sopra mi accorsi che gli holigans erano riusciti ad abbattere la rete e stavano caricando i nostri connazionali che non opponevano la minima resistenza. Contro quella mandria di tori inferociti l’unica possibilità sarebbe stata la fuga, ma l’uscita principale si trovava intasata da centinaia di persone che cercavano di superare quel cancelletto, che, a stento, poteva far passare un cristiano alla volta. Il problema fu che “the animals” (termine che usò la stampa inglese), si trovarono di fronte per lo più i tifosi della domenica: famiglie con figli, pensionati, ragazzi e ragazze che non reagirono perché pietrificati dal terrore.

La realtà sarebbe stata sostanzialmente diversa se nella “curva zeta” fossero stati presenti quei tifosi che invece si trovavano stipati nella curva opposta.

Ricordo perfettamente e distintamente che mi trovavo in piedi su quel muro, cercando il punto più agevole per calarmi.

Mi lasciai scivolare, avendo a disposizione tutto il tempo per poterlo fare. Un minuto dopo non sarebbe stato possibile: era iniziata la compressione di migliaia di persone su quella vecchia struttura che si opponeva, creando morte e terrore. Mi calai, un salto di circa due metri. Alzai la testa, convinto che i miei due amici stessero facendo altrettanto. Nessuna traccia di loro, mi arrivava addosso tanta gente in tutte le posizioni, di schiena, di testa, di piede: aveva avuto inizio una tragedia senza fine. Lello e Andrea rimasero, purtroppo per loro, imprigionati tra centinaia di corpi che si pigiavano tra loro.

Sarebbero venuti fuori da quel caos solo quando la rete che delimitava il campo di gioco non fosse caduta.

Io, calandomi dal muro, atterrai sul tartan della pista d’atletica. Mi ritrovai dietro la porta di gioco a fare da spettatore passivo alla tragedia che l’atroce realtà mi stava proponendo. Solo due poliziotti, impauriti quanto il sottoscritto, si trovavano in quel momento all’interno dello stadio: fu uno scandalo senza precedenti.

La scena fu interminabile. Potei vedere, chiaramente, i tifosi inglesi armati di tutto: colli di bottiglie, manici di bandiere e persino pezzi di gradoni dello stadio. Chi stava subendo erano onesti lavoratori, padri di famiglia, pensionati, ragazzini teneri con la sciarpa bianconera al collo, ragazze piangenti e mamme urlanti in cerca del proprio figlio. Giuro che se mi avessero consegnato un mitra, avrei sparato all’impazzata su quegli assassini. Non ho nessuna vergogna ad ammetterlo. Avrò negli occhi per sempre lo sfregio di quella curva, piena di scarpe, stracci, camicette imbrattate di sangue, giornali, indumenti, calze. In un attimo capii che lo stadio Heysel non avrebbe dovuto essere teatro di quella finale, non era uno stadio attrezzato per ospitare tifoserie come quelle presenti su quei gradoni malridotti. L’angoscia non mi mollava: non sapevo dove fossero i miei due amici. Camminavo avanti e indietro sul campo di gioco, mentre il film andato in onda sugli spalti della “zeta” era cessato. Gli holigans stavano intonando il canto di vittoria occupando tutta la curva. Continuavo a sognare il mitra. Stefano Manenti, amico di Uopini, con Cinzia, la sua fidanzata, furono le prime due persone che incontrai. Si tenevano

abbracciati e piangevano come bambini. Stefano era scalzo: rimase a piedi nudi tutta la notte. Cinzia era piena di graffi e non smetteva di urlare: “C’è gente morta, ho visto!!”, gridava disperata. Io avevo percepito che qualcuno non fosse riuscito a uscire vivo dall’inferno, ma non potevo immaginare che le vittime sarebbero arrivate a trentanove.

Furono avvolte da lenzuoli quelle povere salme, distese fuori dello stadio e protette da un nugolo di poliziotti arrivati quando i “buoi erano fuggiti dalle stalle”. Continuo a ringraziare il Signore per avermi risparmiato quello spettacolo straziante. I “numerosi” poliziotti presenti che si erano precipitati, anche a cavallo, ci fecero accomodare tutti in tribuna numerata. In quel momento sul terreno di gioco era presente il corpo di polizia dell’intero Belgio. I tifosi bianconeri della curva opposta erano incontrollabili, anche se non avevano ancora percepito la gravità della situazione.

A un tratto, in tribuna apparve Andrea e ci abbracciammo come reduci del Vietnam: “Dov’è Antonello?”, continuava a chiedermi. Non potevo rispondergli. Ci condussero all’interno della tribuna Numerata dove Aldo Brocchi, completamente a torso nudo, voleva sfondare una porta. Non riuscivo a comprendere il motivo di quella pazza azione: “Aldo, ma che stai facendo, calmati!”, prendendolo per un braccio. “Sono tutti dentro quella stanza, c’è De Michelis, Boniperti, un sacco di gente, li rompo tutti!!!”, gridava Aldo, un toro impazzito.

Effettivamente erano tutti dentro a quel salone per una riunione urgente con il capo della Polizia di Bruxelles, personaggi dell’Uefa e Fifa: stavano valutando se fosse il caso di disputare lo stesso la gara. Ci riportarono tutti sulle poltroncine della tribuna che in quel momento era super affollata. Andrea mi pose il problema dell’apprensione e angoscia che i nostri cari, a Siena, avrebbero potuto vivere in quei momenti. Non dimenticherò Pier Cesare Baretti, presidente della Fiorentina, quando condusse Andrea nuovamente all’interno della tribuna per telefonare ai suoi genitori. Per la cronaca, Baretti sarebbe deceduto pochi mesi dopo a causa di un incidente verificatosi con l’aereo personale. Lo vidi tornare, sollevato: “Ho telefonato.

Ho detto che siamo salvi. Mio babbo telefonerà al tuo. In Italia, parlano di ottanta morti”, mi disse Andrea.

In effetti, rivisitando la videocassetta molte volte, Pizzul aveva annunciato circa ottanta morti, in un primo momento.

Passarono le ore senza sapere che cosa sarebbe accaduto. Non ricordo chi ci confermò che Lello si trovava seduto sull’autobus del Club senese. Esultammo felici, anche Lello era vivo!

Parlavamo di morte e di vita come se fossimo in guerra, tutto ciò era irreale.

Vedemmo i giocatori italiani dirigersi verso la curva bianconera per cercare di tranquillizzare i tifosi, che ormai erano al corrente della carneficina avvenuta. Non riuscivano a domarli, cercavano vendetta!

Scirea e il capitano inglese Neal, dalla cabina di regia, grazie a un microfono annunciarono che la partita avrebbe avuto regolare svolgimento. Baretti ci confermò che le due società e le forze di polizia avevano deciso di far giocare il match per evitare ulteriori incidenti.

La partita ebbe inizio. Fu un incontro di calcio vero, bello tatticamente e come livello agonistico, ma i miei occhi e il mio cuore erano rimasti su quella curva dove avevo visto bambini e mamme piangere disperate. Segnò Platini su calcio di rigore. Un rigore inesistente su Boniek, atterrato due metri fuori dall’area.

“Quando le undici di sera erano passate da un pezzo e stava facendosi più aguzzo il buio della notte, era quella un’ora inusuale per battere un calcio di rigore che con tutta probabilità avrebbe consacrato la squadra campione d’Europa. A quell’ora le partite, che abitualmente iniziano alle otto e trenta, sono già finite.

Eppure le undici di sera erano passate da un pezzo quando Platini, quella sua maglietta eternamente calata fuori dai pantaloncini, avviò la rincorsa a trovare e colpire il pallone che sostava sul dischetto, e mentre nello stadio belga dell’Heysel non si udiva il bisbiglio di una mosca”, scrisse Giampiero Mughini, sul suo libro dedicato alla squadra del cuore, la Juve.

Effettivamente era tardissimo e faceva freddo. Il vento che aveva portato morte e strazio continuava a soffiare, spietatamente.

 I giocatori fecero il giro d’onore con la Coppa mentre furono fatti uscire i tifosi italiani. Dopo molte ore sarebbe stato il turno degli “animals” a essere scortati all’esterno. Nonostante fossero state organizzate dalle forze dell’ordine delle uscite programmate, ci confermavano di scontri pesanti all’esterno dello

stadio e vetture italiane incendiate. Recuperammo Lello e, dopo un lungo abbraccio, salutammo i senesi avviandoci verso l’auto sperando di ritrovarla intatta. Al rientro, a Siena, saremmo venuti a conoscenza che due nostri concittadini avevano dovuto ricorrere agli ospedali della città belga, dove furono trattenuti per giorni.

Salimmo in auto e fuggimmo dopo essere ripassati dal nostro hotel per il recupero degli oggetti personali. Lello mi ha ricordato, in questi giorni, che mentre uscivamo da Bruxelles, con Andrea alla guida, un holigan ci attraversò la strada, lentamente, con una bandiera in mano. Sembra che io abbia gridato: “Investilo!!!”. Non ricordo la scena, ricordo solo l’odio immenso che nutrivo in quelle ore per quei mostri che avevamo incontrato in una giornata di felicità, una giornata di sport.

Nei giorni seguenti iniziarono i commenti dei perbenisti antijuventini, criticando il comportamento della società che io ritenni, al contrario, civile, umano e sportivo.

Ricordo i giocatori che, rischiando d’essere soffocati, andarono a placare i tifosi assiepati nella curva opposta a quella della morte, affinché non si lanciassero a ingigantire le proporzioni del disastro. Quegli stessi giocatori, con la morte nel cuore, accettarono di giocare affinché la tregua della partita consentisse i salvataggi e bloccasse la violenza. Ho ancora davanti agli occhi l’incredibile serenità con cui quei giocatori si batterono, consci che lottavano per uomini e donne che non c’erano più, che avevano sacrificato il bene supremo della vita per seguirli nella speranza di vederli vincere.

La Juve vinse e il fatto che, su suggerimento degli organizzatori, arrivò per un momento a mostrare la coppa alla sua gente, fu malevolmente additato come gran prova d’insensibilità. Fu addirittura perentoriamente invitata a restituirla, quella coppa.

È vero, fu macchiata di sangue innocente, ma la Juve, che la rincorreva da ventisette anni, la vinse a testa alta e prima di superare i grandi avversari del Liverpool vinse l’orrore per la tragedia che si era consumata sotto i suoi occhi.

Poco importò che il rigore su Boniek fosse un regalo dell’arbitro, quel rigore fu la vendetta di chi era presente in quella lurida curva, il frutto di una vittoria meritata, fu il mio “mitra”.

Nei giorni successivi giurai di non entrare mai più in uno stadio per il resto della mia vita. “La tragedia e la morte non sono sufficienti a tenere lontano dal gioco gli uomini della tribù del calcio”, scriveva Desmond Morris, filosofo inglese, studioso dei costumi. È quello che accadde a me quando, tre mesi dopo esatti, in agosto, la Juve giocò la prima di Coppa Italia a Perugia. Era la nuova Juve di Manfredonia, Laudrup, Serena e Mauro, quella che avrebbe conquistato a Tokio la Coppa Intercontinentale. Decisi d’essere presente allo Stadio Curi, dove la vista di quei cappellini rossi dei tifosi del grifone mi fecero tornare indietro di pochi giorni, ricordandomi “the animals” che caricavano assetati di sangue innocente.

Durante il ritorno, verso Passignano sul Trasimeno, fui superato da un’auto carica di ragazzi. Dal finestrino posteriore sventolava gioiosamente un foulard juventino. Ricordai immediatamente il nostro fazzoletto bianconero che, il 28 maggio 1985, stava facendo altrettanto. Rividi anche Lello, mentre rispondeva felice al saluto delle altre autovetture, gridando:

“Torneremo Campioni d’Europa”.

Franco Causio: un Barone a Torino

Da poco il Barone ha scritto e presentato al grande pubblico la sua opera editoriale dal titolo ‘Vincere è l’unica cosa che conta‘. Personalmente lo vorrei omaggiare con un ritratto scritto qualche tempo fa, tratto da “I nostri Campioni” e pubblicato nella sezione “I miei ritratti” del mio sito www.riccardogambelli.it

All’inizio degli anni settanta arrivò a Torino un giocatore sopraffino, squisito tecnicamente, con un carattere istintivo che veniva proiettato sul campo di gioco, volubile in campo come una farfalla impazzita: il suo nome era Franco Causio, il Barone.

Sicuramente il personaggio più contraddittorio della Juve di quei fantastici anni, nel senso che sfuggiva a qualsiasi tipo di diagnosi, caratteristica assoluta di tutti i fuoriclasse del pallone, come Causio, che inventò il ruolo di ala tornante.

La sua favola iniziò durante il campionato 1971-72, quando, insieme con altri campioni in erba, come Bettega, Anastasi e Capello, portò lo scudetto numero 14 nella bacheca di Madama, il primo di una lunga serie.

All’epoca il nostro calcio era intristito, a causa delle frontiere chiuse, che facevano mancare ai nostri occhi, innamorati del calcio, i colpi dei fenomeni stranieri, brasiliani o argentini. Ecco che Causio rimediava a questo con il suo talento smisurato, con il suo dribbling pazzesco, con dei potenti scatti sull’out destro da ala pura, con il suo passo e tocco felpato che si tramutava in magici cross per la testa di Penna Bianca Bettega.

Verso la fine di quel campionato segnò una tripletta storica all’Inter, facendo innamorare definitivamente noi tifosi juventini, mostrandoci tutto il suo repertorio: goal di testa, al volo ed in dribbling, dopo un delizioso pallonetto al suo diretto avversario, meritandosi, per tanta bravura, la prima convocazione in Nazionale, il 29 aprile 72, a Milano contro il Belgio.

Da quel momento non uscì più dal giro della Nazionale, timbrando il cartellino per 63 volte, dopo aver mandato in estasi il pubblico argentino durante i mondiali del 78 ed entrando di diritto nei top undici di quel Mundial.

Durante una sua recente intervista ha dichiarato che nella Juve ha avuto solo momenti di gioia, rimpianti o ricordi amari nessuno, arrivando quasi a commuoversi quando ricordò la conquista del diciassettesimo scudetto, quello dei cinquantun punti, costruito pezzo per pezzo e vinto contro un granitico Toro.

Nei suoi occhi, durante quella bella e lunga intervista, si leggeva una trasparente nostalgia, di un passato che non tornerà e che appartiene ormai alla storia.

Una storia calcistica che lo ha visto grande protagonista come sublime signore del pallone, Barone appunto, che si presentava ogni domenica ad un pubblico, quello torinese, molto esigente e raffinato, non tradendolo mai, grazie alla sua classe ed al suo carattere fiero, che manteneva intatte le sue origini pugliesi, cariche di passionalità ed orgoglio.

Fu definito, giustamente, “genio e sregolatezza”, per quel mix perfetto che lo componeva: stile, classe, sensibilità, generosità, ardore e perfetto controllo di se stesso.

Il Barone è stato sicuramente tra le più grandi ali destre bianconere di tutti i tempi, campione immenso di un calcio che non esiste più, di una poesia lontana nei ricordi e che ci veniva recitata tutte le domeniche, a noi tifosi affamati di Juve e di pallone.

Causio, appunto, era sempre l’autore della poesia più bella.

Grazie Barone, non ti dimenticheremo.