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La dignità bianconera è dignità piemontese

Continua la rubrica dedicata al grande giornalista Vladimiro Caminiti, che si chiamerà “Camin facendo”. I pezzi sono tratti dal libro di Riccardo GAMBELLI e Roberto BECCANTINI“C’era una volta Camin”. Si tratta di una sequenza di articoli che il grande Camin pubblicò su Hurrà Juventus, e che vanno dal 1977 al 1993. La rubrica si intitolava ” Il diario di Camin”

Hurrà Juventus, dicembre 1977

Mi prende il cuore il pensiero di Curi spirato durante il match con la Juve, il 30 ottobre 1977, in un pomeriggio di pioggia nella romita città umbra. Romita per la sua storia e modernissima per la sua vicenda calcistica, segnalata da giovani imprese, tra le quali le imprese del maratoneta col cuore malato Renato Curi. Noi scriviamo Renato, non Renatino e non indulgiamo in falsa retorica. Non ci strappiamo i capelli come il Ramaccioni assurto a grossa importanza strategica nella conduzione di quel sodalizio che rimane tuttora giovane, non s’improvvisa un sodalizio di seria A e commette naturalmente errori di inesperienza.

Curi? Lo saluto da lontano. Conoscendolo poco la mia tristezza si rivolge piuttosto a certe enormità dell’ambiente che consentono il sacrificio di giovani vite.

Un zero a zero di Madama Juventus impressionata da questo lutto e poi la partita della delusione, 1 a 1 in casa contro l’Atalanta.

Parliamone.

Può mai la Juventus impacciarsi a tal punto da non aver successo contro la matricola orobica?

Signori, nessuna meraviglia.

La meraviglia è piuttosto nostra, Giambattista Marino non c’entra, una meraviglia di quelle speciali miste a disdegno. Perché la Juve è una squadra imbattibile? Io vi dico di no. Affermo invece che la società ha meritato la stima degli sportivi e l’attuale organigramma ha risolto i problemi futuribili della squadra con acquisti giovani azzeccati. Ma il valore complessivo della truppa non è tale da consentire sogni vanagloriosi e l’abbandono, seppur contingente, di un impegno che deve essere totale sul piano degli entusiasmi  e della determinazione.

Se l’Atalanta sopravvive a Torino contro la Juve gatta ci cova. Va bene, parate grandiose di Pizzaballa, ma non basta. Pizzaballa è anziano ma erede del portiere volante; non per nulla fu Premio Combi in gioventù. Ha presa a tenaglia, esce bene. Ma un portiere non basta, da Zoff a Pizzaballa non c’è portiere cha da solo può fare risultato. La verità è che le ammucchiate orobiche non sospinsero il manipolo bianconero a cercare la via del gol attraverso girandole più tempestive ed aggiranti. L’ammucchiata fu generale, la Juventus smarrì la coordinazione dei suoi schemi e perse un punto. Conclusione? Le farò più oltre procedendo nell’indagine.

V’è intanto Italia Inghilterra e tutti scoprono la crisi di Bettega.

La scopre soprattutto lo scrivano della Bassa che ha capito tutto lui, che concepisce il calcio come l’ammucchiata dell’Atalanta; è cresciuto il calciatore medio italiano da non considerare un micco; né filibustieri né ignoranti molti calciatori italiani ispirano simpatia umana allo scrivano che si ispira alla giovinezza nei suoi giudizi. Noi andiamo a sederci in tribuna stampa per pontificare poi donare al volgo una prosa difficile per pochi intimi? Dovremmo andarci con umiltà per distinguere tra buoni e cattivi. Non c’è crisi di Bettega, può esserci stata una flessione contingente, nessun campione è un robot, anche Piola e Borel li conoscevano i momentacci. Li vissero, i giornalisti non se ne appropriarono crudelmente.

Un concetto mi va di esprimere sulla Nazionale dell’amico Bearzot. Va bene, le idee dell’Enzo furlan sono quelle giuste. La sua passione è macerata. Egli è l’erede del magistrale Pozzo. Epperò la Nazionale qualche volta dà alla testa dei suoi moschettieri; isola, toglie ogni altro interesse, e dopo la Nazionale il campionato può essere affrontato senza quei pungoli che invece occorrono, sono indispensabili ad una squadra come la Juve per essere la Juve degna del suo scudetto.

Il 20 novembre, alla ripresa, noi andiamo a riveder la Juve nella città di Sara Simeoni, e, se il lettore consente, di Romeo e Giulietta, la sospirosa città scespiriana della Arena.

Abbiamo faticato a riconoscere la Juventus. Avevamo nel cuore e nella mente la squadra di cento imprese, di Milano e di Magdeburgo, l’abbiamo ritrovata più elegantuccia e molto risoluta a giochizi e balistiche, ma senza la spinta corale, l’entusiasmo a momenti protervo, che le avevano consentito tanti successi. Io non ho dubbi. L’ho sempre detto agli amici bianconeri. La Juventus si è rilanciata con valori morali enormi, puntigliosi, con la serietà infrangibile che diparte dai suoi dirigenti ai quali mi sento vicino, perché li sento dirigenti, non fanno moine coi giornalisti, non usano particolarismi con nessuno, sono freddi semmai, in qualche momento impietosi, ma hanno dignità. Si parla tanto di stile juventino, e spesso se ne parla a capocchia. La dignità della Juventus è un fatto di costume. E’ dignità piemontese. La società nomata Juventus fa i fatti e attinge alla semplicità per progredire.

Qualcuno ha scritto che Virdis ha deluso contro il Verona. Più di Virdis contava la squadra. Se nel calcio mettessimo un solista retrodatato non caverebbe il ragno dal buco. In verità, la Juventus collettivo ha latitato in quella vicenda e la Juve non è andata oltre allo zero a zero. E’ esatto perciò opinare che questa squadra, anzi questo squadrone, debba mai guardarsi allo specchio e risolvere piuttosto le sue partite in un fatto di pertinenza contingente. Le intese debbono essere costanti. La Nazionale deve esaurirsi con la Nazionale e la Juventus tornare alla domenica, col piglio, la passione, la consapevolezza , che le hanno dato grandezza. Ed a questo proposito mi sento di dover dedicare a Causio, detto Brazil, un pistolotto elogiativo. Brazil dona alla squadra un senso di freschezza, la sua eleganza negli inserimenti col pallone, il suo cross da fondo illustrano il calcio italiano. Bisogna inoltre finirla con la storiella che non lotta. Lotta e come  il leccese, ha cuore e non fegatello di merluzzo. Bisogna dirgli bravo.

Furiafurinfuretto ha fatto le duecontocinquanta partite e procede. Un mediano così è stato, è, alla base della fortuna della Juventus. Furino è il cuore indomito della squadra. La sua semplicità e la sua fede. Ed io mi auguro che duri.

Mi auguro che duri e perduri anche Zoff bersagliato da ogni parte da critiche feroci. Un portiere adamantino come il furlan continua a dare il suo rendimento smentendo le cassandre coi fatti. Vige una legge per certo giornalismo. O esalta furiosamente o ferocemente denigra. Io non fui mai tenero con Zoff, essendo vecchio ed avendo visto portieri e portieroni, ma non ho mai trascurato la sua grandezza, che è assoluta, e ne fa uno dei più grandi portieri della storia del calcio.

E mi pare che nel mio libro “Juventus Juventus” ho trovato per Dino il paragone giusto. L’ho paragonato a quello scrittore che fece dei suoi talenti un tesoro: Fitzgerald Scott.

Perché questa Juventus è un esempio per tutti

Inizia da oggi una rubrica quindicinale dedicata al grande giornalista Vladimiro Caminiti, che si chiamerà “Camin facendo”. I pezzi sono tratti dal libro di Riccardo GAMBELLI e Roberto BECCANTINI, “C’era una volta Camin”. Si tratta di una sequenza di articoli che il grande Camin pubblicò su Hurrà Juventus, e che vanno dal 1977 al 1993. La rubrica si intitolava ” Il diario di Camin”

Questo mio per la Juventus è un sentimento… Quando ero ragazzo e vivevo davanti al mare mi illudevo di uscire un giorno a fare sensazionali scoperte, del calcio mi attraeva soprattutto l’esotico, i capelli biondi di Helge Bronèe, danese che io soprannominai volante di quel Palermo allenato a suon di schiaffoni e con un certo rigore tattico dall’indimenticabile Gipo Viani. Quanto tempo è passato. Quasi un quarto di secolo. A quarantacinque anni di età mi guardo indietro e nella mia vita scopro dolore; amore anche ma soprattutto dolore; debbo ammettere invece che il calcio invece mi ha dato parecchia consolazione, e non mi ha fatto finire miserabile cronista. In qualcosa ho sempre creduto che mi sembra obiettivamente di ritrovare su un prato verde, soprattutto quando gioca la Juventus. I colleghi di me più bravi sono millanta; ma io non ho millanta amori. Tutte le squadre mi sono professionalmente parimenti care. Scrivere o descrivere, soprattutto raccontare, è il mio mestiere. La vicenda entra nella mia macchina da scrivere, rimbalza nel mio carrello. Ma io non posso negare che scrivendo della Juve spesso sono stato felice. Esempio, la Juve che vidi vincere a Magdeburgo l’anno scorso. Fu gigantesca, fu gloriosa. Quei tedescotti condussero una lizza spietata ma non passarono. Furino fu immenso nell’applicazione caparbia del suo gioco di contrasto e coraggio. Questo giocatore, altro esempio, è da me prediletto. Lo sanno tutti. Una volta per sempre, per chiarire le cose coi malevoli e gli sciocchi, voglio spiegare questa scelta professionale che è anche morale, questa così detta predilezione. Furia è un campione. Fu Renato Morino a soprannominarlo FuriaFurinFuretto, come soprannominò Pulici Puliciclone. V’è un giornalista, il sommo Brera Giovanni fu Carlo della bassa, che si ritiene in terra calcistica depositario di tutto. E’ pur vero che Brera eccetera ha inventato un linguaggio ed è grosso scrittore assai più di tanti scrittori. lo sono per la cultura consumistica ufficiale. Ma non bisogna esagerare. Il fatto è che Breragiovannifucarlodellabassa ha inventato anche l’esagerazione. Chi può negare che fu esagerato definire abatino un giocatore completo e spesso determinante come Rivera? E chi è stato l’unico campeon fatto in casa che più di una volta ha ostruito la via a Rivera e che Brera, eccetera, non ha mai riconosciuto? Furino. Questo panormita, come me, possiede il cuore per il calcio di oggi, la serietà per il calcio di oggi, la testa per il calcio di oggi. Non ha calcio rotondo ma ha piedi buoni. Ha gran senso tattico ed in campo cresce. E’ piccolo e diventa grande. Ma io non l’ho scelto per qualità tecniche. Mi ha colpito di lui il parlar poco e lo sgobbare fitto. Sempre affettuoso con i compagni, diventa scorbutico nel momento dell’amarezza, si chiude in se stesso e si sfoga soltanto con chi lo può capire. E pochissimi al mondo, io sono tra quelli, possono capire la sua classe nel senso della determinazione e dell’altruismo. Per me il campione moderno deve essere altruista. Socialista cioè. Senza far politica s’intende.

Furino mi consente di dargli sempre in pagella un voto superiore al sei. Sbaglia pochissime partite, divora il campo, divora la fatica. E’ juventino viscerale, riottoso. Soffre il Torino in modo specialissimo e quasi comico. Anche il Toro si è portato alla grande l’anno scorso e diventa grande. Lui non lo ammette. E’ il suo solo difetto. Il Toro ha un fuoriclasse che solo Furia può fermare. Claudio Sala, dico.

Questo mio per la Juve è un sentimento difficile. Appena arrivato a Torino fui attratto, da buon meridionale, dai fuochi insistenti e di polemica e di caratteri del Toro di Filadelfia. Erano giovani avventurosi con Jo Santos e Ostreicher; e lo furono fino al povero Gigi Meroni, avventurosi e ditirambici. La squadra vinceva e perdeva con uguale furore. Litigai con Rocco e decisi, dentro di me stesso, di astrarmi da quell’ambiente. Rocco ancor oggi è sulla breccia e si capiscono tante sue manie ora che è vecchio. Col consenso del lettore io le avevo capite fin dal 1964. Finché, negli anni seguenti, al seguito del Milan in Russia per la Coppa delle Coppe, ritrovai il paron con Trapattoni allenatore. Fui affascinato da Trapattoni. Mi fu chiaro in quel momento come il Trap inaugurasse il discorso nuovo dei tecnici perbenisti, equilibrati, solidali coi giocatori, non soltanto quelli famosi, anche quelli umili. Difesi a spada tratta l’autonomia tecnica di Trapattoni. Trapattoni non lo ha mai dimenticato. La Juve, con Boniperti presidente, si è trasformata in un’inaffondabile portaerei. Salpano i suoi aerei, pardon sbucano i suoi campioni, vecchi e giovani.

Dura e perdura Zoff. Morini è sempre d’acciaio e per di più bello come un cherubino. Gentile si lamenta un po’ troppo per le critiche, ma in verità progredisce a vista d’occhio come stile puranco e lindore di pedata. Gentile è un falco che abbranca la preda, la molla e riparte. Il suo cross dal fondo, specialmente col sinistro direi, è risolutivo. Mi piace molto questo ragazzo sensibile come pochi. E’ una matassa di muscoli, è vigore razza Sicilia. Cuccureddu il sardo è un gran furbacchioncello sempre disponibile, alto magro e nero come il carboncino, il suo shot di destro polverizza i portieri. Scirea è libero meraviglioso nella maniera come si piazza annichilendo sull’anticipo l’avversario e poi risalendo il campo, dettando il lancio con misurata sapienza. In attacco si presenta già il mio Brazil Causio, ragazzo pirotecnico dal piede d’oro. Lui fa pensare agli artigiani che rifinivano le brocche. Così meditato, così ricco di cielo e di mare il suo palleggio. Tardelli è più veloce del lampo e qualche volta anticipa la stessa intenzione dei compagni. Si fionda negli spazi vuoti e quando arriva sul pallone è un iradiddio. Il suo destro o sinistro è di perfezione assoluta. Boninsegna è un implacabile lottatore, semplice coi semplici, sincero con chi è sincero, uomo in ogni modo di grandioso temperamento. Durerà perché certi valori sono infrangibili. Benetti è il panzer come un carro armato, avanza e travolge. Il suo tiro è una cannonata che frantuma gli ostacoli. E poi c’è Bettega. Se n’è scritto tanto, ogni giorno migliora. E’ l’erede di Borel e di Boniperti in campo. E’ la classe e grazia, è l’educazione. Non sapeva tirare da lontano, ora segna con schioccanti cannonate. Ma io voglio dire una cosa, Bettega parla con tutti i cronisti, a tutte le ore. Non si è mai dato arie. E’ il simbolo della Juve di Boniperti, la semplicità divenuta classe.

E gli altri? Alessandrelli progredisce. Pietro Paolo Virdis è tutto come il suo baffo, picchia per non farsi picchiare, e il primo a pagare lo scotto fu Verza, nella pioggia di Villar, il primo giorno di calcio vero. Pietro Fanna è un Rivera in miniatura, più atleta però. Pietro Fanna sarà un altro che farà epoca in bianconero. Non esagero, non esagero. Ho scritto col cuore come sempre, divertendomi.

La Juve è un sentimento. Non si aspetti da me che lealtà e schiettezza. Odio la piaggeria, i veri amici sono i più severi. Il giornalista siede in Tribuna stampa ed ha un compito più spesso amaro. Ma questa Juve forte ed onesta glielo rende agevole. E’ stata costruita pezzo per pezzo, con misura e scienza, da Boniperti.

L’ha voluta fare simile a lui.

E’ dura ed anche spietata, ma soprattutto è leale. Una squadra che non teme nessuno e che rispetta tutti. Una squadra che con l’umiltà ha fabbricato la sua grandezza. Un esempio per tutti. Non soltanto nel mondo del calcio.

Hurrà Juventus, ottobre 1977