Dybala, con la testa sulle spalle

Posted on: 26 gennaio 2016, by :
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“Piango per mio padre, morto quando avevo 15 anni. Ha lottato per tanto tempo contro un tumore al pancreas, ma è stato inutile A me, per proteggermi non dicevano tutto, così io mi illudevo, speravo che guarisse. Oggi parlo spesso di lui con mamma, mi succede di sognarlo e ogni volta mi sveglio tra le lacrime. Mio padre aveva un sogno: che uno almeno dei suoi tre figli diventasse calciatore. Non c’è riuscito Gustavo, il maggiore, e neanche Mariano, che tutti dicono fosse più forte di me, ma che è stato vinto dalla nostalgia di casa. Perciò io dovevo farcela: per onorare la memoria di papà ed esaudire il suo desiderio.

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Lui mi aveva accompagnato ad ogni allenamento, un ora di macchine da Laguna Larga, dove vivevamo, a Cordoba. Quando mori, chiesi alla società farmi tornare a casa. Per sei mesi giocai nella squadra del mio paesino. E dato che non c’era più nessuno che poteva portarmi avanti e indietro dall’allenamento, mi trasferì nella pensione della squadra. Non fu facile: ero rimasto orfano da poco e avevo la famiglia lontano. Mi chiudevo in bagno a piangere, ma non ho mollato.

E oggi so che papà è orgoglioso di me. I miei gol li dedico a lui.”

Paulo Dybala

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