Franco Causio: un Barone a Torino

Posted on: 26 maggio 2016, by :
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Da poco il Barone ha scritto e presentato al grande pubblico la sua opera editoriale dal titolo ‘Vincere è l’unica cosa che conta‘. Personalmente lo vorrei omaggiare con un ritratto scritto qualche tempo fa, tratto da “I nostri Campioni” e pubblicato nella sezione “I miei ritratti” del mio sito www.riccardogambelli.it

All’inizio degli anni settanta arrivò a Torino un giocatore sopraffino, squisito tecnicamente, con un carattere istintivo che veniva proiettato sul campo di gioco, volubile in campo come una farfalla impazzita: il suo nome era Franco Causio, il Barone.

Sicuramente il personaggio più contraddittorio della Juve di quei fantastici anni, nel senso che sfuggiva a qualsiasi tipo di diagnosi, caratteristica assoluta di tutti i fuoriclasse del pallone, come Causio, che inventò il ruolo di ala tornante.

La sua favola iniziò durante il campionato 1971-72, quando, insieme con altri campioni in erba, come Bettega, Anastasi e Capello, portò lo scudetto numero 14 nella bacheca di Madama, il primo di una lunga serie.

All’epoca il nostro calcio era intristito, a causa delle frontiere chiuse, che facevano mancare ai nostri occhi, innamorati del calcio, i colpi dei fenomeni stranieri, brasiliani o argentini. Ecco che Causio rimediava a questo con il suo talento smisurato, con il suo dribbling pazzesco, con dei potenti scatti sull’out destro da ala pura, con il suo passo e tocco felpato che si tramutava in magici cross per la testa di Penna Bianca Bettega.

Verso la fine di quel campionato segnò una tripletta storica all’Inter, facendo innamorare definitivamente noi tifosi juventini, mostrandoci tutto il suo repertorio: goal di testa, al volo ed in dribbling, dopo un delizioso pallonetto al suo diretto avversario, meritandosi, per tanta bravura, la prima convocazione in Nazionale, il 29 aprile 72, a Milano contro il Belgio.

Da quel momento non uscì più dal giro della Nazionale, timbrando il cartellino per 63 volte, dopo aver mandato in estasi il pubblico argentino durante i mondiali del 78 ed entrando di diritto nei top undici di quel Mundial.

Durante una sua recente intervista ha dichiarato che nella Juve ha avuto solo momenti di gioia, rimpianti o ricordi amari nessuno, arrivando quasi a commuoversi quando ricordò la conquista del diciassettesimo scudetto, quello dei cinquantun punti, costruito pezzo per pezzo e vinto contro un granitico Toro.

Nei suoi occhi, durante quella bella e lunga intervista, si leggeva una trasparente nostalgia, di un passato che non tornerà e che appartiene ormai alla storia.

Una storia calcistica che lo ha visto grande protagonista come sublime signore del pallone, Barone appunto, che si presentava ogni domenica ad un pubblico, quello torinese, molto esigente e raffinato, non tradendolo mai, grazie alla sua classe ed al suo carattere fiero, che manteneva intatte le sue origini pugliesi, cariche di passionalità ed orgoglio.

Fu definito, giustamente, “genio e sregolatezza”, per quel mix perfetto che lo componeva: stile, classe, sensibilità, generosità, ardore e perfetto controllo di se stesso.

Il Barone è stato sicuramente tra le più grandi ali destre bianconere di tutti i tempi, campione immenso di un calcio che non esiste più, di una poesia lontana nei ricordi e che ci veniva recitata tutte le domeniche, a noi tifosi affamati di Juve e di pallone.

Causio, appunto, era sempre l’autore della poesia più bella.

Grazie Barone, non ti dimenticheremo.

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