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E sono 6… e sono 35… Grazie Andrea…

Tutto ha inizio in un lontano settembre 2006, sotto il sole della costa adriatica.

Rimini è invasa da bandiere bianconere. Gli stessi abitanti della ridente cittadina non credono ai loro occhi: arriva la Grande Signora del Calcio.

Non per un amichevole estiva, oppure per un torneo organizzato da qualche grande sponsor, ma per la prima di campionato, in serie B.

Fiumi di tifosi, forniti di accessori, di sciarpe e bandiere, per sostenere i nostri colori e i grandi calciatori, freschi campioni d’Italia, che hanno accettato di seguire Madama nella serie cadetta.

Io invidiai tutti quei tifosi, quel giorno. Invidiai la loro grande passione che li portò in riva al mare, a sostenere un club che era stato travolto dalla più grande ingiustizia sportiva di tutti i tempi, da un vero e proprio colpo di stato calcistico.

No, la mia fede gobba non stava traballando, ma non riuscivo a sopportare quella visione terribile ed ingiusta di una grande squadra polverizzata da eventi terribili, frutto del volere del popolo, il populismo.

Termine che stava per odio calcistico, rabbia, invidia, verso un club che aveva solo un difetto: quello di vincere troppo.

Ed ecco che a distanza di undici anni faccio una confessione: nell’anno del purgatorio della B non sostenni intensamente la mia squadra come da sempre avevo fatto, qualcosa mi frenava, arrivando ad odiare il mondo del calcio e forse anche il mio club, colpevole di non aver difeso quei due scudetti, e quel capitale di giocatori, regalato con tanta grazia ed eleganza alle concorrenti.

Rabbia che esternavo continuamente, insieme ad altri ‘rancorosi’,  sui social, sui blog, e persino durante le assemblee degli azionisti a quel gruppetto di nuovi dirigenti che stava guidando la Juve ‘più amata di sempre’, da tutto il mondo calcistico non bianconero: la squadra ‘smile’ della serie B, diventata innocua e quindi simpatica.

Ma quel giorno, sotto il sole di Rimini, un cimelio, un oggetto, stava ricordando a tutti chi erano i veri Campioni d’Italia: un polsino tricolore indossato con orgoglio dai nostri atleti, soprattutto da quei cinque grandi uomini che avevano scritto le pagine più belle della storia juventina. Mi riferisco a Buffon, Del Piero, Nedved, Trezeguet e Camoranesi.

“Noi le partite le vincevamo nel tunnel degli spogliatoi, guardando gli avversari negli occhi. Solo con Calciopoli ci potevano fermare”, affermò un giorno il mai dimenticato Mauro German, simbolo di quella Juve meravigliosa, tecnica ma operaia in egual misura, che non concedeva nemmeno un centimetro all’avversario, che non mollava niente, con la vittoria come fine e come religione.

Tutti i requisiti che fanno parte anche della Juve degli ultimi sei anni.

Sì, perché la Juve è tornata nell’olimpo del calcio italiano ed europeo, nel posto che le compete da sempre, lo dice la storia e lo riportano i libri, che trattano di un club nato su una panchina di Torino, e che la famiglia Agnelli ha coltivato, accudito, amato come i gerani di casa.

E ci voleva proprio un Agnelli, per cancellare (ma non per dimenticare) lo tsunami Farsopoli, per ristabilire i valori, grazie alla sua visione sentimentale, ma allo stesso tempo europea e votata al marketing, del giocattolo chiamato Juventus, che lo zio Gianni e il papà Umberto gli hanno insegnato ad amare più di se stesso.

Sono sicuro che Andrea ripenserà spesso a quella ‘giornata di mare’ trascorsa a Rimini, in quel settembre del 2006,  e sono convinto che la rabbia agonistica e lo spirito vincente che hanno contraddistinto la Juventus degli ultimi sei anni siano frutto di quell’afoso giorno in terra di Romagna.

Ci voleva lui, Andrea, per tornare ad essere grandi; ci voleva lui per far dimenticare la disgraziata gestione del dopo Triade, e ci voleva lui per scegliere i più bravi dirigenti per la rinascita della Signora del Calcio.

Ha creato una macchina perfetta, una vera e propria azienda, dai dirigenti alle segretarie, dove tutti giocano un ruolo importante, senza sovrapposizioni e conflitti, come accade in tutte le grandi aziende che funzionano.

Ha riportato a Torino, grazie a Marotta e Paratici, i più grandi campioni, ha dato fiducia ad Antonio Conte, in un momento abbastanza anonimo per il pugliese, facendolo diventare un grande allenatore, ed ha assunto Massimiliano Allegri, contro tutto e tutti.

“Voi Allegri, noi di più”, scrissero i tifosi Prescritti sulle magliette durante il ritiro estivo a Pinzolo, luogo in cui l’Inter è, per quindici giorni, sempre campione d’Italia.

Chissà che fine avranno fatto quelle magliette?

Ma soprattutto ha riportato quella mentalità vincente che ha contraddistinto la Juve nella sua storia, facendo capire ai nuovi giocatori arrivati l’importanza ed il peso della maglia da indossare. Ha fornito a tutti quanti, anche al magazziniere, ‘gli occhi della tigre’, quello sguardo furioso da sempre disegnato sul volto dei campioni bianconeri, lo stesso di Camoranesi e co. nel tunnel degli spogliatoi.

Andrea si ricordava di quello sguardo, che papà Umberto gli faceva notare sempre, e prontamente lo ha regalato alla sua squadra.

Ho la fortuna di seguire spesso le partite a poca distanza da lui in Tribuna, e di vederlo concentrato, teso, emozionato come un tifoso qualsiasi, ma con gli ‘occhi della tigre’, come quelli di Chiellini, Bonucci e di tutti gli altri sotto di lui.

Questa è la Juve, cari signori detrattori, e questo è il Presidente Agnelli, che sta combattendo anche contro la vostra disperazione di ‘media’, che cercano d’infangare le meritate e superbe vittorie con odio, maldicenze e fatti che stanno superando il limite di guardia.

Non sto a ricordare tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi, dove le stesse istituzioni calcistiche hanno cercato di rompere nuovamente un giocattolo perfetto, che sta mettendo a serio rischio l’audience e l’attenzione verso un campionato che ha da sei anni un unico padrone, e che si chiama, appunto, Juventus.

Giornalisti che entrano duro, sul personale, offese televisive da rabbrividire, azioni calcistiche commentate per settimane se riguardano la squadra bianconera e dimenticate in un paio d’ore se riguardano le altre.

Hanno inventato, falsificato intercettazioni con ‘addetti ai lavori’ della ndrangheta, salvo poi ritrattare tutto quando si sono visti sconfitti, e perdendo di vista i veri camorristi, seduti da sempre a bordo campo in altri stadi, molto meno moderni dello Stadium.

Hanno cercato di mettere in dubbio anche quello, con la storia dell’acciaio scadente. Trattasi in realtà del fiore all’occhiello della Società, un vero e proprio gioiello dell’architettura moderna, il dodicesimo giocatore in campo: quasi impossibile espugnare lo Stadium, quando si riempie dell’amore e della passione dei tifosi.

Ecco che allora i pianificatori dei palinsesti riempiono le trasmissioni di anti juventini per cercare di compensare l’attenzione, che inesorabilmente sta scemando, aumentando il livore verso la squadra più forte.

Si permettono tutti di parlare, di polemizzare contro la Juve, persino gli allenatori avversari, con sceneggiate da oscar sul campo di gioco, vedi Del Neri, Pioli, Mihajlovic, Sarri, con affermazioni che mettono in dubbio anche la loro credibilità e la loro conoscenza dei regolamenti calcistici.

Ma fa parte del loro gioco: parlare contro la Juve serve per nascondere le loro sconfitte continue sul campo e deviare l’attenzione.

Il caso di Pioli è il più eclatante: far passare una sconfitta meritata come un furto ai danni della sua ‘armata Brancaleone cinese’, che non entrerà per l’ennesima volta in Europa, e che continua a sognare il ritorno di Guido Rossi.

Nessuno, quando gioca contro la Juve, ammette la sconfitta, come invece accade in Europa al termine delle partite di CL, dove la Signora è tornata ad essere grande, con prestazioni che resteranno nella storia del calcio, e che lievitano a dismisura l’odio dei nemici calcistici, e la vendita delle sciarpe dei club europei che devono affrontare la Signora.

Intanto andiamo a Cardiff, verso un nuovo sogno, mentre il resto dell’Italia si sveglierà improvvisamente madrilista.

Obbligatorio per tutti allora tornare con la memoria ai ‘bei tempi del 2006’, quando si poteva sorridere sereni, perché finalmente la Juve era stata distrutta, dimenticando che esisteva a Torino qualcuno che non avrebbe abbandonato la zebra ferita, ma l’avrebbe curata e riportata a correre più forte di prima , per fuggire dai feroci leopardi assetati del suo sangue.

Quella zebra ha corso talmente veloce che ha conquistato sei titoli consecutivi, portando in Corso Galileo Ferraris lo scudetto numero 35, che tra pochi giorni verrà trasferito insieme agli altri 34 alla Continassa, il nuovo Villaggio Bianconero, atro esempio di mentalità strategica e all’avanguardia dei nostri dirigenti.

Ed allora: Grazie Andrea e grazie a tutti i nostri dirigenti, Marotta, Nedved e Paratici, per la realtà che ci state donando, per non dimenticare quel polsino di Rimini, simbolo della sofferenza e dell’ingiustizia.

Fino alla Fine.

Franco Causio: un Barone a Torino

Da poco il Barone ha scritto e presentato al grande pubblico la sua opera editoriale dal titolo ‘Vincere è l’unica cosa che conta‘. Personalmente lo vorrei omaggiare con un ritratto scritto qualche tempo fa, tratto da “I nostri Campioni” e pubblicato nella sezione “I miei ritratti” del mio sito www.riccardogambelli.it

All’inizio degli anni settanta arrivò a Torino un giocatore sopraffino, squisito tecnicamente, con un carattere istintivo che veniva proiettato sul campo di gioco, volubile in campo come una farfalla impazzita: il suo nome era Franco Causio, il Barone.

Sicuramente il personaggio più contraddittorio della Juve di quei fantastici anni, nel senso che sfuggiva a qualsiasi tipo di diagnosi, caratteristica assoluta di tutti i fuoriclasse del pallone, come Causio, che inventò il ruolo di ala tornante.

La sua favola iniziò durante il campionato 1971-72, quando, insieme con altri campioni in erba, come Bettega, Anastasi e Capello, portò lo scudetto numero 14 nella bacheca di Madama, il primo di una lunga serie.

All’epoca il nostro calcio era intristito, a causa delle frontiere chiuse, che facevano mancare ai nostri occhi, innamorati del calcio, i colpi dei fenomeni stranieri, brasiliani o argentini. Ecco che Causio rimediava a questo con il suo talento smisurato, con il suo dribbling pazzesco, con dei potenti scatti sull’out destro da ala pura, con il suo passo e tocco felpato che si tramutava in magici cross per la testa di Penna Bianca Bettega.

Verso la fine di quel campionato segnò una tripletta storica all’Inter, facendo innamorare definitivamente noi tifosi juventini, mostrandoci tutto il suo repertorio: goal di testa, al volo ed in dribbling, dopo un delizioso pallonetto al suo diretto avversario, meritandosi, per tanta bravura, la prima convocazione in Nazionale, il 29 aprile 72, a Milano contro il Belgio.

Da quel momento non uscì più dal giro della Nazionale, timbrando il cartellino per 63 volte, dopo aver mandato in estasi il pubblico argentino durante i mondiali del 78 ed entrando di diritto nei top undici di quel Mundial.

Durante una sua recente intervista ha dichiarato che nella Juve ha avuto solo momenti di gioia, rimpianti o ricordi amari nessuno, arrivando quasi a commuoversi quando ricordò la conquista del diciassettesimo scudetto, quello dei cinquantun punti, costruito pezzo per pezzo e vinto contro un granitico Toro.

Nei suoi occhi, durante quella bella e lunga intervista, si leggeva una trasparente nostalgia, di un passato che non tornerà e che appartiene ormai alla storia.

Una storia calcistica che lo ha visto grande protagonista come sublime signore del pallone, Barone appunto, che si presentava ogni domenica ad un pubblico, quello torinese, molto esigente e raffinato, non tradendolo mai, grazie alla sua classe ed al suo carattere fiero, che manteneva intatte le sue origini pugliesi, cariche di passionalità ed orgoglio.

Fu definito, giustamente, “genio e sregolatezza”, per quel mix perfetto che lo componeva: stile, classe, sensibilità, generosità, ardore e perfetto controllo di se stesso.

Il Barone è stato sicuramente tra le più grandi ali destre bianconere di tutti i tempi, campione immenso di un calcio che non esiste più, di una poesia lontana nei ricordi e che ci veniva recitata tutte le domeniche, a noi tifosi affamati di Juve e di pallone.

Causio, appunto, era sempre l’autore della poesia più bella.

Grazie Barone, non ti dimenticheremo.

IL MURO DI TORINO

Pubblicato sul mio sito personale e su Juve a tre stelle

Nella storia del mondo molti muri sono stati protagonisti.

Sicuramente quello più importante, il muro per eccellenza, è quello di Berlino. Costruito, narrano i libri, in una sola notte dell’agosto del 1961, per poter arginare il gigantesco flusso di emigranti provenienti dalla Germania Est: sicuramente il simbolo più rappresentativo della contrapposizione tra est ed ovest, 155 km di triste “striscia della morte”.

Come non ricordare la grande Muraglia cinese, lunga oltre ottomila Km,  unica opera costruita dall’uomo visibile dallo spazio. Sembra che gli imperatori cinesi utilizzarono 1.800.000 operai, costringendoli ai lavori forzati.

Ecco poi il Vallo di Adriano, imponente fortificazione in pietra, fatta costruire dall’imperatore, che segnava il confine tra la provincia romana, occupata dalla Britannia e dalla Caledonia.

Insomma, tanti muri che hanno scritto la storia del mondo, anche quella musicale con il capolavoro ‘The wall’, targato Pink Floyd, pubblicato nel 1979, successo enorme che ha fatto ballare e sognare intere generazioni.

Ed eccoci arrivati ai muri calcistici, quelle difese impenetrabili che rendono quasi invincibili le grandi squadre, determinanti per i successi finali.

La Juventus può vantarsi di avere costruito tantissimi muri umani nel corso della sua fantastica storia ultra centenaria.

I libri parlano di una difesa granitica per il famoso quinquennio che va dal 1930 al 1935, per un ciclo che venne definito “irripetibile”, frase magicamente smentita alcuni giorni fa…

“Combi, Rosetta, Calligaris, Varglien I, Luisito Monti..”, gracchiava il rudimentale megafono, prima dell’ingresso in campo delle squadre.

Straordinaria squadra di quei tempi, che contribuì alla vittoria di due campionati del Mondo nel 34 e nel 38.  

Saltiamo un bel pezzo di storia e ricordiamo il muro difensivo più lungo a resistere all’intemperie e agli anni, per oltre un decennio, un muro che è rimasto nel cuore e nella mente di tutti, durante l’epoca finale del calcio romantico, prima dell’avvento smisurato delle tv e dei media/oratori, sempre più tifosi e meno giornalisti.

Quel magico muro fu costruito da Boniperti nel 1970, e resistette sino alla metà degli anni 80, con Zoff (un nome un mito) tra i pali, sorvegliato da Spinosi, Marchetti, Morini, Gentile, Cabrini, Cuccureddu, Brio, e soprattutto dal Capitano Scirea, il vero Capitano di tutti i tempi.

Lui, Gaetano, al contrario di capitani di altri lidi, ha sempre onorato la maglia con atteggiamenti umani e sportivi da incorniciare, e che verranno ricordati per sempre.

Anche quel muro fu protagonista della vittoria mondiale del 1982 di Madrid, con Dinone che alzò la Coppa con gli occhi lucidi, avvenimento unico per lui, visto il suo carattere glaciale, schivo ed introverso.

Immenso Zoff! Solo il marziano Buffon ha potuto superarlo nella storia dei più forti portieri di tutti i tempi bianconeri.

Quando Super Dino abdicò lasciò i suoi guanti ad un altro grande, Stefano Tacconi, protagonista in compagini bianconere che, purtroppo, non hanno lasciato il segno, al contrario di lui, che invece è considerato tra i più forti portieri zebrati di sempre.

Si vola adesso con la memoria alla Juve della Triade ed ai suoi svariati muri, con molti importantissimi giocatori che hanno protetto prima la porta di Peruzzi e poi quella di Buffon. Giocatori che hanno scritto pagine di poesia calcistica, gente dura come le pietre di fiume, che non mollava mai, proiezione della grande dirigenza dell’epoca, che metteva paura solo quando faceva ingresso nello stadio, prima del match.

Ed allora lode ai vari Torricelli, Pessotto, Ferrara, Porrini, Kolher, Iuliano, Tudor, Vierchowod, Montero, Birindelli, uomini granitici, con lo sguardo della Tigre, uomini da Juve e sempre presenti nei ricordi dell’innamorato bianconero, soprattutto il grande guerriero Paolo Montero, giocatore veemente, maschio, con il suo codice d’onore da rispettare.

Triste ricordo: il muro distrutto da Farsopoli.

La storia narrerà per sempre del più grande scandalo calcistico, chiamato Farsopoli, che ha distrutto una delle più grandi Juventus di tutti i tempi, con il suo muro, i cui mattoni più importanti si chiamavano Thuram e Cannavaro, due dei più forti difensori che hanno calcato i prati verdi di tutti gli stadi, con il napoletano addirittura capitano dell’Italia di Lippi Campione del Mondo 2006, in compagnia di tanti altri juventini.

Il francese, invece, si era laureato Campione mondiale qualche anno prima.

Insomma, due mostri travestiti da giocatori di calcio, che hanno visto spazzare via le proprie imprese da un’organizzazione che aveva deciso di far fuori la Juve e due dirigenti, seguendo il volere popolare e l’odio che aleggiava fra tutti i tifosi avversari, eterni perdenti degli altri club.

Operazione riuscita solo a metà, dopo che la verità è venuta a galla, trasformando il processo di Napoli in una comica sceneggiata, pagata con le tasse degli italiani.

Operazione riuscita solo a metà perché i ‘mattacchioni’ non avevano intuito che la Farsa avrebbe fatto arrabbiare veramente un Agnelli, vero, e con nome italianissimo, non americaneggiante, che decise di ricostruire una Grande Juve ed un grande muro difensivo.

Lui era cresciuto a pane e vittorie, grazie al papà Umberto e alla dirigenza di allora, che lo aveva cullato sulle panchine, da dove, con gli occhi fanciulli, ammirava i propri eroi con lo sguardo incantato. Non poteva sopportare di vedere la sua Juve conciata in quel modo.

Eccolo allora a precipitarsi ad ingaggiare i muratori e rifornirsi di ottima calcina, iniziando a ricostruire una grande squadra ed un forte muro, che hanno riportato la nostra società ai vertici del calcio Nazionale ed Europeo.

Ed arrivano i cinque scudetti, i cinque nuovi figli, nati in ‘fila come le salsicce’, un record che è andato ad eguagliare quello del 30-35, quando i tifosi si presentavano allo stadio con le carrozze, e lo stress mentale ed agonistico non era paragonabile a quello attuale vissuto dagli atleti moderni, che devono combattere anche contro le ‘lingue di fuoco’ della tv e della carta stampata.

Veri e propri nemici, che impongono ai nostri eroi di dimostrare tutti gli anni le loro vittorie ‘sul campo’, senza furti.

E ci riescono, tutte le volte.

E allora ricordiamoli uno ad uno questi magnifici sei, fenomeni calcistici dell’era moderna.

Buffon: non ci sono più parole, un meraviglioso extraterrestre, il più forte portiere del mondo ed a mio parere ‘di tutti i tempi’.

In questo campionato si è tolto lo sfizio anche di battere il record d’imbattibilità: una saracinesca insuperabile, che esulta come un centravanti ad ogni goal bianconero.

Lichtsteiner: il treno svizzero, moto perpetuo della fascia destra. Grinta impressionante, cuore generoso, tanto che stava per regalarlo ai posteri.

Dopo l’intervento chirurgico ha rimesso il carbone nella locomotiva ed è ripartito, come se niente fosse accaduto: immenso!

Bonucci: ‘Noi Ranocchia voi Bonucci’, scrivevano i Prescritti negli striscioni, quando la Juve acquistò Leonardo e la squadra di Milano portò sui Navigli Ranocchia.

Adesso, leggendo di nuovo quella frase ci facciamo tante, ma tante risate.

Bonucci è diventato il faro della nuova Juve, insostituibile per il suo club e per la nazionale italiana, il punto di riferimento dei compagni e dei tifosi, con i quali va in curva a tifare con la faccia felice dei ragazzini, esempio di juventinità tattica ed umana. Ave Leonardo! Dovranno continuare a ‘sciacquarsi la bocca’ per tanto altro tempo i tuoi ex denigratori, ammesso che esistono sempre.

Barzagli: cosa dire ancora di questo campione acquistato da Marotta a parametro zero? Non sbaglia una partita, regala fiducia a tutto il reparto, sia che venga schierato a destra, sia a sinistra o nel centro. Puntuale e tempista di testa, con il senso smisurato dell’anticipo, ed un temperamento sempre tosto ma sereno nell’affrontare la partita. Finirà la carriera nella Juve, per la felicità del suo presidente Agnelli, che stravede per lui.

Chiellini: giocatore che ha iniziato a scrivere la sua storia nella Juve da tempo.

Atleta dalla forza fisica devastante, impeto impareggiabile, che lo porta ad andare oltre, rischiando sempre la propria incolumità fisica.

Tre partite su dieci le gioca ‘con il turbante’, fascia che serve ad arginare le tante ferite procurate dagli scontri di gioco.

Naso costantemente a rischio quando si getta nelle mischie.

Ma Giorgione è un mostro, ed i compagni se ne accorgono soprattutto quando è assente, quando viene a mancare il suo impareggiabile contributo, che nasce dal suo cuore eroico: un cuore bianconero.

Evra: è l’ultimo tassello andato a completare questa insuperabile cerniera difensiva. Ha portato a Torino la sua navigata esperienza e la sua smisurata intelligenza. Legge la partita come pochi, sicuramente più forte nella fase difensiva che in quella offensiva, ma superbo nel coprire in toto la sua fascia sinistra. Meravigliosa chioccia per il giovane, e già grande, Alex Sandro, che incanta le platee con il suo sinistro vellutato.

Va giustamente ricordato anche l’importante contributo portato in questi anni da Caceres, giocatore sempre pronto a ricoprire tutti i ruoli della difesa.

Questi sei, dunque, sono i mattoni difensivi fondamentali della nuova Juve di Agnelli, Marotta, Nedved e Paratici, che hanno insegnato ed insegneranno la juventinità a tutti gli altri che sono arrivati ed arriveranno, tipo Rugani, baldo giovane, dallo sguardo del bravo scolaro, ma con un futuro straordinario davanti a sé.

Questi sei hanno il dna bianconero, presente in loro naturalmente, sbocciato al momento della firma in Corso Galileo Ferraris, e maturato giorno dopo giorno, cresciuto velocemente come un albero da frutta. Questi sei hanno costruito, con i superbi compagni degli altri reparti, un’impresa storica, pazzesca, vincendo ben cinque scudetti consecutivi, con l’ultimo addirittura grazie ad una rincorsa che ha del disumano, regalando quasi un girone di vantaggio agli avversari.

Lascio i numeri impressionanti agli amanti e ai cultori delle statistiche, confermando soltanto che a Torino esiste un muro, un muro umano, un muro bianconero, un muro d’orgoglio, un muro insuperabile, un muro su cui giganteggia una scritta che viene dal 2006:

“Siamo tornati, più forti di prima”

Grazie di esistere PentaCampioni.

Riccardo Gambelli